Dall’India e dal Vietnam, due sacerdoti tra noi
Padre Jithin, dal Kerala, e don Giuseppe Dang, dal Vietnam, studiano a Roma e vivono in parrocchia: vocazione, famiglia, sorprese e speranze in una conversazione a due voci

Padre Jithin e don Giuseppe Dang sono due volti della nostra comunità: li incrociamo in chiesa, ma forse non li conosciamo davvero. Sempre pronti ad accoglierci, eppure che cosa sappiamo di loro? Ci siamo mai fermati a parlarci? Ecco allora qualche domanda per avvicinarci alle loro vite.

Com’è nata la tua vocazione?
PADRE JITHIN – La mia vocazione al sacerdozio non è stata una decisione presa tutta in una volta. Per capire come è nata devo tornare alla mia infanzia, quando il seme della vocazione ha cominciato a crescere dentro di me.
Sono stato sicuramente influenzato dalla vita di preghiera dei miei nonni e dei miei genitori. Nel tempo di Natale e in Quaresima i nostri catechisti ci incoraggiavano a partecipare alla Messa, così ci andavo con mio fratello e i miei amici. A poco a poco è cresciuto in me un amore sempre più profondo per l’Eucaristia e ho cominciato ad andare a Messa quasi ogni giorno, quando mi era possibile.
Anche i parroci della mia comunità hanno avuto un ruolo importante. In particolare don Mathew, caro amico di mio padre, che di tanto in tanto veniva a casa nostra: la sua presenza e la sua testimonianza mi hanno spinto a considerare la possibilità di diventare sacerdote.
Guardando indietro, posso dire che la mia vocazione è cresciuta poco a poco, attraverso la preghiera, l’esempio della mia famiglia e le persone che ho incontrato nella mia comunità parrocchiale.
DON GIUSEPPE – Mi chiamo don Giuseppe Dang e vengo dal Vietnam. Sono sacerdote da tre anni e il mio vescovo mi ha mandato a Roma per studiare Diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense. Sono davvero felice e grato al parroco e a tutti voi per avermi accolto e per avermi dato la possibilità di vivere qui questo tempo di studio.
Fin da bambino desideravo diventare prete. Nella mia diocesi, allora, c’erano pochissimi sacerdoti e ognuno doveva seguire tante parrocchie lontane tra loro. Per questo la gente poteva andare a Messa o incontrare un prete solo raramente, ma ogni volta era una festa piena di gioia e di pace. Vedendo questo è nato in me il desiderio di farmi prete: volevo che le persone potessero avere la Messa più spesso, sentire un sacerdote vicino e ricevere quella stessa gioia.
Come descriveresti la tua famiglia e il tuo Paese d’origine?
PADRE JITHIN – La mia famiglia è la mia forza: mi ha sempre sostenuto con la preghiera, l’amore e la cura. Anche il mio Paese è come una famiglia per me. È il luogo a cui appartengo e in cui desidero sempre tornare; lo amo e ne sono orgoglioso.
Anche se sono lontano dalla mia famiglia e dal mio Paese, non mi sento mai davvero distante, perché li porto nel cuore ovunque io vada. Fanno parte di ciò che sono.
DON GIUSEPPE – Vengo da una zona di campagna e i miei genitori sono contadini. Al mio paese si vive con poco, ma la gente è molto unita e ci si aiuta a vicenda. Forse perché sono cresciuto così, anch’io sono una persona semplice: mi bastano un sorriso sincero o due chiacchiere tra amici per sentirmi subito a casa.
Qual è stata la cosa che ti ha sorpreso di più quando sei arrivato?
PADRE JITHIN – Ci sono state diverse sorprese al mio arrivo in Italia. Di molti luoghi avevo soltanto sentito parlare o visto delle fotografie, ma qui ho avuto la possibilità di conoscerli di persona. Vedere il Papa, visitare il Vaticano, le catacombe e monumenti storici come il Colosseo è stata un’esperienza meravigliosa.
Le catacombe, in particolare, mi hanno sempre affascinato. È una sensazione straordinaria vedere con i propri occhi luoghi che prima si conoscevano soltanto dai libri o dalle fotografie.
DON GIUSEPPE – Quando sono arrivato, la cosa che mi ha colpito di più è stata la vostra accoglienza. Anche se parliamo lingue diverse e veniamo da culture lontane, ho trovato persone pazienti, vicine e sempre pronte ad aiutarmi. Ringrazio di cuore il parroco e ciascuno di voi per la gentilezza e la pazienza con cui mi avete fatto sentire subito parte di questa famiglia.
Com’è vivere la fede qui rispetto a casa tua? Che cosa cambia nelle celebrazioni e nella partecipazione?
PADRE JITHIN – Appena arrivato sono rimasto meravigliato dalla bellezza delle chiese, soprattutto pensando che molte sono state costruite tanti secoli fa. Spesso mi sono chiesto quanto fosse profonda la fede di chi ha costruito chiese così belle, lasciandoci un patrimonio spirituale così ricco.
Io vengo dal Kerala, una regione dell’India con una significativa presenza cristiana. Lì le persone sono in genere molto devote e cercano di partecipare alle celebrazioni, spesso portando con sé anche i figli. La fede è qualcosa in cui si crede, che si pratica e che si trasmette ai figli.
Anche qui incontro molte persone che credono sinceramente in Dio e vivono la propria fede. Allo stesso tempo noto che alcuni, pur avendo fede, non la praticano con regolarità: questo a volte mi rattrista e spero che in futuro le cose possano migliorare.
Credo che ogni luogo abbia il proprio modo di esprimere e vivere la fede e che possiamo sempre imparare qualcosa gli uni dagli altri.
DON GIUSEPPE – Vivendo con voi, mi tocca molto vedere la vostra fede così semplice e profonda: il modo raccolto in cui partecipate alla Messa e i tanti che passano in chiesa durante il giorno, o al mattino presto prima del lavoro, per un saluto a Gesù nel Santissimo Sacramento. Ho notato anche una cosa bella nella vita della parrocchia: in Vietnam il parroco fa quasi tutto da solo, qui invece si lavora insieme, grazie all’aiuto prezioso della segreteria, dei volontari e di tanti collaboratori.
C’è un momento vissuto in parrocchia che ti è rimasto nel cuore?
PADRE JITHIN – In parrocchia ci sono stati tanti momenti belli. Mi ha colpito in particolare la disponibilità delle persone a collaborare e ad aiutare ogni volta che c’è qualcosa da organizzare. Anziani, adulti, giovani o bambini: a qualunque età, molti si fanno avanti spontaneamente per dare una mano nelle attività parrocchiali. Mi fa particolarmente piacere, e ne sono molto riconoscente, vedere soprattutto gli anziani offrire volentieri il loro tempo e le loro energie per il bene della comunità. Questo spirito di collaborazione e di generosità è qualcosa di molto bello e incoraggiante.
Che cosa ti aspetti da noi parrocchiani? E che cosa pensi di poter offrire alla comunità?
PADRE JITHIN – Credo che non ci sia un limite alla possibilità di crescere nell’amore di Cristo. Il mio desiderio, perciò, è che tutti voi, come comunità parrocchiale, possiate continuare a crescere nella fede, diventare sempre più entusiasti e uniti in Cristo ed essere suoi strumenti per condividere l’amore, la pace e la gioia che nascono dal vivere in Lui. Come sacerdoti che si trovano qui per motivi di studio, forse non sempre possiamo partecipare a tutte le attività parrocchiali. Ogni volta che avrete bisogno di noi, però, saremo felici e pronti ad aiutarvi in qualsiasi modo possibile. Mi auguro che insieme possiamo costruire una comunità sempre più unita nella fede, nell’amore e nel servizio.
DON GIUSEPPE – Per il tempo che passeremo insieme desidero soltanto camminare con voi nella fede, condividendo la preghiera e la vita di tutti i giorni con lo stesso affetto che mi avete mostrato fin dal primo giorno. Da parte mia vi offro quello che ho: la mia presenza, l’ascolto, la preghiera quotidiana per ciascuno di voi e il mio servizio di prete, con semplicità e gioia.
Se potessi dire una sola cosa a tutta la comunità, quale sarebbe?
PADRE JITHIN – Siamo tutti cristiani, discepoli di Cristo. Lui è il nostro modello e la nostra speranza nella vita. Perciò, quando ci sentiamo turbati o attraversiamo momenti difficili, cerchiamo sempre di guardare a Lui e di seguire il suo esempio.
DON GIUSEPPE – A tutti voi vorrei dire semplicemente questo: grazie di cuore per tutto, vi voglio tanto bene.



