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Dalla forza del diritto al diritto della forza

1 mag
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 7 ott

Il generale Vincenzo Camporini alla parrocchia Santa Maria del Carmelo

di Riccardo Benotti


Un cambio di epoca in poche parole. Il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa, le ha scelte con la precisione di chi ha trascorso decenni a leggere scenari complessi: "Siamo passati dalla forza del diritto al diritto della forza". Lo ha detto il 26 marzo, nella Sala Sant’Elia della parrocchia Santa Maria del Carmelo, intervenendo a un incontro dedicato alle crisi internazionali in atto. Una serata densa, seguita con attenzione da una platea numerosa, che ha offerto alla comunità parrocchiale strumenti rari: quelli di chi ha visto il mondo dall'interno delle istituzioni militari e oggi può permettersi il lusso della franchezza.


Camporini ha raccontato di aver costruito la propria carriera militare durante la Guerra Fredda, una fase in cui gli equilibri, per quanto tesi, erano leggibili. Le due superpotenze si fronteggiavano secondo regole implicite ma rispettate, e questo consentiva ai Paesi europei di muoversi in un contesto relativamente prevedibile. Con la fine di quella stagione, ha spiegato, non è arrivata la pace universale promessa dai più ottimisti, ma una frammentazione caotica dei conflitti. Oggi i fronti di crisi si sono moltiplicati al punto che l'opinione pubblica fatica a tenerli tutti nel campo visivo.


"Abbiamo una miriade di focolai e affrontarli tutti diventa problematico anche per i decisori politici", ha osservato, citando Myanmar, Ucraina e Gaza: conflitti sanguinosi che continuano a produrre morti e distruzione anche quando escono dal radar dell'informazione. La velocità del ciclo mediatico, ha aggiunto, non aiuta: un'immagine sostituisce l'altra, e ciò che non appare sugli schermi tende a smettere di esistere nella percezione collettiva.


Dalla forza del diritto al diritto della forza

Il nodo centrale del suo intervento è stato la crisi del diritto internazionale. Fino a pochi anni fa, ha spiegato, perfino chi violava le regole era consapevole di aver superato un limite: esisteva cioè una norma condivisa rispetto alla quale misurare la propria trasgressione. Oggi quella consapevolezza è scomparsa: "I comportamenti sono regolati esclusivamente dai rapporti di forza economica, militare e ideologica". I principi dell'ordine internazionale, ha detto, "sono progressivamente scomparsi dal palcoscenico". Non si tratta soltanto di violazioni più frequenti o più gravi: si tratta della dissoluzione della cornice stessa entro cui le violazioni potevano essere riconosciute come tali.


Sull'Europa il giudizio è stato storico e severo insieme. Dal 1945 il continente ha saputo costruire un lungo tratto di pace, e questo resta un risultato straordinario, spesso dato troppo facilmente per scontato. Ma ha mancato l'appuntamento decisivo: la Comunità europea di difesa, bocciata nel 1954 dall'Assemblea nazionale francese. "Fu un'occasione persa che paghiamo ancora oggi", ha affermato. Se quella proposta fosse passata, l'Europa avrebbe potuto dotarsi fin dagli anni Cinquanta di una struttura militare integrata e di un comando politico comune. Invece si è proceduti per frammenti, affidando la sicurezza del continente alla NATO e, nei fatti, alla garanzia americana. Il risultato è un'Unione priva di un vero vertice politico comune, incapace di decidere con rapidità e autorevolezza. "Non siamo più padroni del nostro destino": l'unica strada per tornare a contare, secondo Camporini, è una sovranità europea condivisa, costruita non per somma di veti nazionali ma per cessione reale di competenze.


A pesare è anche la frammentazione industriale e militare del continente: risorse disperse, sovrapposizioni, ritardi. Ogni Paese produce i propri sistemi d'arma, sviluppa le proprie filiere, mantiene i propri stati maggiori, con il risultato di moltiplicare i costi e dimezzare l'efficacia. "Continuiamo a sprecare risorse reinventando continuamente l'acqua calda", ha detto, indicando nella regola dell'unanimità uno degli ostacoli.


Nel dibattito con il pubblico la discussione si è allargata al Medio Oriente, alla deterrenza, al rapporto tra pace e riarmo. Camporini non ha concesso facili consolazioni: la pace non si costruisce con le sole dichiarazioni di principio. Ha richiamato il vecchio adagio Si vis pacem, para bellum e ha citato Sun Tzu - "Il miglior esercito è quello che vince senza combattere" - per ricordare che la deterrenza resta uno strumento essenziale per prevenire l'aggressione. Riarmarsi, ha precisato, non significa voler fare la guerra: significa rendere la guerra così costosa da scoraggiarne l'intenzione.


Sull'ultima domanda, quella relativa alla qualità della classe dirigente, la risposta è stata la più netta della serata: "È scesa a livelli mediocri", ha detto, denunciando il prevalere della fedeltà sulla competenza. Serve un cambio di passo che non sia solo strategico. "È un dovere etico prima ancora che pratico".


Questo articolo è uscito su «Luci sul cammino», n. 4/2026. Sfoglia il numero completo in PDF

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