“E poi?”: la comunità che accoglie i figli di nessuno

di don Gabriele Vecchione
Ci trovavamo a casa di Rodolfo e Silvia, con Andrea e Emma, a pregare per dei ragazzi. Non erano più ragazzi della parrocchia, erano figli. La "Comunità San Filippo Neri – E poi?" è un sogno che abbiamo fatto a occhi aperti nel salotto di casa di Rodolfo e Silvia. Non nasce da un'idea o da un'analisi sociologica, ma dal volto di quei figli. Non nasce nell'armonia dello spirito, ma nella tribolazione, nel dolore, perché abbiamo trovato inaccettabile che qualcuno rimanesse indietro. E nell'amore, ovviamente. Lo diciamo sottovoce, dell'amore, perché l'amore è un fatto e non una dichiarazione. Abbiamo fatto discernimento, penitenza, abbiamo pregato, abbiamo chiesto e ottenuto.
Abbiamo chiesto uno stabile alle suore dell'Unione Santa Caterina da Siena – Missionarie della Scuola, che hanno accolto la nostra richiesta e ci hanno concesso di fare i lavori e preparare una casa ai nostri ragazzi. Il nostro indirizzo è Via Capo di Bove 27. Quando abbiamo bussato alla casa di quelle meravigliose suore, lo abbiamo fatto per amore. La vera novità non è un prete che fa una cosa del genere. Grazie al cielo ci sono migliaia di preti che hanno fatto e fanno cose simili. La vera novità sono famiglie che aprono le porte di casa, che ricominciano a 50 anni.
Io mi sono trasferito nel settembre 2025, in mezzo a un cantiere. Rodolfo e Silvia con le loro 4 bambine nel dicembre successivo. Andrea ed Emma con la figlia Sofia nel gennaio 2026. Silvia è il nostro angelo custode, è andata al Padre il 4 marzo 2026. Il suo tumore al pancreas non ci ha fermato. La malattia fa parte della vita. La sua morte ci ha piegato, ma non spezzato.

L'11 marzo abbiamo accolto i primi due ragazzi. Adesso vivono con noi 7 ragazzi, 2 maschi e 5 femmine. Si parla un po' tutti inglese, perché è con noi una ragazza che è fuggita da Gaza il 29 marzo scorso. Nei prossimi mesi accoglieremo altri giovani che provengono da case-famiglia per adolescenti.
Non abbiamo educatori professionali, non abbiamo dipendenti. Siamo a conduzione familiare. I giovani non pagano nessuna retta, i figli non pagano per stare a casa loro. Chi ci finanzia? La Provvidenza, che si incarna nel cuore di chi si lascia commuovere. Borsellino diceva che la mafia sarebbe stata sconfitta da un esercito di maestri elementari, noi diciamo che per lavorare per l'autonomia serve un esercito di gente comune che ci dia 10 euro al mese e qualche preghiera. Per lo più i nostri ragazzi studiano all'università; altrimenti lavorano; fanno i servizi di casa (tra cui l'orto), la sera ceniamo insieme e ci incontriamo prima di andare a dormire, ci ricordiamo delle cose belle vissute nella giornata e ci raccontiamo cosa faremo l'indomani. Il lunedì facciamo una dinamica di gruppo, il venerdì vediamo un film insieme, la domenica pranziamo insieme. Siamo una splendida tavolata.
Abbiamo aperto un dopo-scuola per bambini a rischio dispersione scolastica e l'abbiamo intitolato a Silvia, che di cognome faceva Carvaruso, perché Silvia era madre in ogni suo gesto, in ogni sua parola, e ci ha ingiunto prima di morire di continuare a prenderci cura dei bambini di cui nessuno si prende cura. Uno dei nostri motti (mutuato dal beato palermitano Giacomo Cusmano) è: "Quelli che non sono di nessuno sono i nostri". Un altro motto (mutuato dalla sociologa francese Nathalie Sarthou-Lajus) è: "Un educatore nutre sogni che non sono i suoi". Il motto par excellence è "E poi?" di San Filippo Neri. Vuoi fare questo e quest'altro? Ti vuoi laureare? Vuoi guadagnare bene? E poi? Ti accontenti così? Provochiamo e stimoliamo i ragazzi a desiderare qualcosa di più grande. Il mondo ha bisogno della loro vocazione. Gli uomini e le donne di questo tempo hanno bisogno di medici, avvocati, ingegneri, etc. che svolgano il loro lavoro con desiderio e per amore e non con spirito individualistico.
Il nostro nemico più grande è lo spirito di adattamento al dolore, molti hanno la soglia troppo alta. Il nostro fallimento è il giovane che si limita a sopravvivere. Vogliamo mostrare loro che è possibile vivere in pienezza, che attraverso la croce si può giungere alla resurrezione.
Questo articolo è uscito su «Luci sul cammino», n. 7-8/2026. Sfoglia il numero completo in PDF




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