Pellegrini a Spoleto, tra arte, lago e cascata

di Roberto Iacobini
In questo pellegrinaggio, a differenza di quello del 25 aprile, non abbiamo avuto con noi la guida spirituale di don Fernando, che però, a viaggio iniziato, ci ha impartito la sua benedizione per telefono.
Siamo partiti alle 7 del mattino alla volta di Spoleto. Durante le due ore e mezza di viaggio abbiamo recitato le Lodi e pregato il Signore perché ci accompagnasse nella giornata. Dopo una breve sosta in autogrill per la colazione (per alcuni anche la seconda!), siamo arrivati a Spoleto verso le 10.
Parcheggiato il pullman, abbiamo incontrato la nostra guida, Daniela Cittadoni, e ci siamo incamminati verso il centro storico. Dopo poche decine di metri, la prima sosta: da una piccola piazza, attraverso alcune finestre aperte su un muraglione, si ammirano i resti del teatro romano, all’interno delle mura cittadine. La cavea, di 70 metri di diametro, poggia in parte su un ambulacro semicircolare coperto da una volta a botte, da cui tre accessi, i vomitoria, conducevano ai posti a sedere. L’orchestra conserva la pavimentazione in lastre di marmo colorato e sul proscenio sono ancora visibili i fori per i pali del sipario.

Ripreso il cammino, siamo passati per piazza del Mercato, dove troneggia la maestosa Fonte di piazza, e siamo arrivati alla chiesa di Sant’Eufemia, nel cortile della residenza arcivescovile. Gli storici non sono concordi sull’epoca della sua costruzione: le notizie più antiche, ci ha spiegato la guida, risalgono al X secolo, quando Spoleto era la capitale di un potente ducato. L’area era probabilmente occupata dalla residenza dei duchi longobardi, con la cappella di palazzo dedicata a sant’Eufemia, vergine e martire, accanto alla quale sorse un monastero di monache benedettine fondato dalla badessa Gunderada. Verso il 980 fu lei a ritrovare il corpo del vescovo spoletino Giovanni II, martirizzato sotto i Goti di Totila, e a farlo traslare nella chiesa.
Al centro della piazzetta un magnifico albero ha offerto ad alcune “pellegrine” un po’ di riparo dalla calura estiva.
Ci siamo poi diretti verso il Duomo, la cattedrale di Santa Maria Assunta, costruita tra la metà del XII secolo e l’inizio del XIII su un edificio dell’VIII secolo, la chiesa di Santa Maria del Vescovato. Entro il 1227 furono completati la facciata e il campanile, chiuso da una cuspide ottagonale; il portico a cinque arcate fu aggiunto nel 1491 per dare alla chiesa un aspetto rinascimentale. La facciata a capanna, in pietra chiara, riflette la luce del sole e custodisce il mosaico del 1207 con Cristo in trono tra la Madonna e san Giovanni Evangelista.

Gli interni, ricostruiti in stile barocco tra il 1608 e il XVIII secolo, hanno pianta a croce latina con tre navate; dopo il transetto, l’abside è riccamente affrescata nel Quattrocento. Dalla canonica si accede infine alla cripta del IX secolo, l’unica parte rimasta dell’edificio altomedievale, dove si stanno riportando alla luce affreschi che narrano probabilmente storie di san Benedetto e santa Scolastica.
Da un belvedere abbiamo poi ammirato il ponte delle Torri, che faceva parte di un antico acquedotto. Lungo circa 230 metri e sorretto da dieci arcate, scavalca il torrente Tessino, che nei secoli ha eroso il terreno fino a portare il ponte a ottanta metri di altezza. Due piloni sono cavi e al loro interno furono ricavate stanze per la sorveglianza. Sul lato opposto sorge il Fortilizio dei Mulini, costruito per sorvegliare il ponte e usato come mulino fino a un paio di secoli fa. L’acqua, che scorreva su un muraglione alto 12 metri, riforniva la Rocca Albornoziana e arrivava fino alla fontana del Mascherone, in piazza Campiello.

Terminata la lunga ma interessantissima escursione, abbiamo ringraziato Daniela e fatto un giro per le stradine del centro, tra antiche e nuove botteghe. Il ristorante ce l’aveva prenotato la nostra amica ed ex parrocchiana Elisabetta, che oggi vive a Spoleto: un’eccellente esperienza gastronomica, con piatti tipici umbri dall’antipasto al dolce. Si sa, in allegra compagnia il cibo è ancora più buono. Spoleto è stata una piacevolissima sorpresa: il suo centro storico, ricco di arte e di storia, lascia un ottimo ricordo in chi la visita.
Dopo pranzo il pullman ci ha portati verso il lago di Piediluco. Le strade del paese sono troppo strette e siamo dovuti scendere un po’ distante; io e alcuni dei più volenterosi abbiamo raggiunto a piedi il centro, dove c’era un bar: chi ha preso il gelato, chi il caffè, chi una bibita fresca. Qualche minuto di relax davanti al magnifico lago e poi via verso l’ultima meta, la cascata delle Marmore.
Dista appena 6 chilometri, ma il nostro autista, forse (anzi sicuramente) sbagliando strada, ci ha messo quasi un’ora. Arrivati alla cascata, però, ci aspettava uno degli spettacoli più belli che la natura possa offrire all’uomo: la sua magnificenza ci ha lasciati senza parole.

Abbiamo ripreso la via di casa e siamo arrivati a Roma verso le 20.30, stanchi ma felici per aver vissuto un’esperienza così bella e intensa.
Questo articolo è uscito su «Luci sul cammino», n. 10/2026. Sfoglia il numero completo in PDF




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