Fare deserto, aspettare la Luce
Quattro settimane di cammino verso il Natale, scandite dalle candele della corona: la catechista racconta il presepe costruito con i ragazzi e la scoperta di Greccio e di san Francesco

L’estate è solo un ricordo, la luce diminuisce, le giornate si accorciano, sta per arrivare dicembre: inizia il tempo dell’attesa. Si percepisce un’atmosfera diversa, c’è fermento in ogni luogo, nella città, nel quartiere, e nel nostro cuore nasce il desiderio dell’attesa. In realtà abbiamo tutto, eppure ci mettiamo in attesa, proprio per curare la nostra perdita di desiderio. Siamo frastornati da tante superficialità, che non riusciamo più a guardarci dentro, non riusciamo più a desiderare. L’attesa, però, non è vuoto interiore: è desiderio di pace, di amore, di luce, di Dio. Siamo in Avvento, quattro settimane al Natale scandite da sogni, desideri e tanta gioia nel cuore, che ci accompagnano verso la Luce, la luce che indica il vero cammino. In questo tempo particolare è necessario capire bene cosa stiamo aspettando, ma per capire dobbiamo fare deserto nel nostro cuore, fare silenzio e aspettare.
Tutto fuori ci parla d’altro: corse ai regali, acquisti. Siamo distratti da tante cose inutili, invece di cercare l’essenziale, cercare nel nostro cuore Gesù che torna per donarsi e amarci senza limiti. In questo tempo di Avvento, nella mia esperienza di catechista, ho sempre cercato di suscitare nei ragazzi questo desiderio, anche in modo concreto, realizzando la corona dell’Avvento, accendendo ogni settimana una candela, pregando e aspettando con loro il Santo Natale.
Non conoscevano questo segno e ne sono rimasti entusiasti, tanto che lo hanno riproposto nelle loro famiglie: è stato bello vedere le famiglie coinvolte in questa splendida attesa. Leggere, in questo tempo, con i ragazzi, il Vangelo di Luca, capitolo 2, ci ha aiutati ad accogliere la grandezza di questo momento. Il nostro Re, il Signore, si fa povero, umile per noi, per salvarci: non ha neanche una casa dove nascere, e il messaggio che trasmette fa comprendere che dobbiamo avere cura dell’altro, dell’indigente, di chi, proprio come Gesù, non aveva niente.
Oltre la corona dell’Avvento, è venuto naturale realizzare il presepe, perché è Vangelo visivo e rappresenta la realtà, la semplicità e la povertà nella quale Gesù è venuto tra noi. I ragazzi lo hanno realizzato colorando, incollando, costruendo una capanna e alla fine, curiosi, hanno chiesto come e a chi fosse venuta l’idea di realizzare il primo presepe. Parlare di san Francesco e del presepe di Greccio, nel Natale del 1223, non è stato difficile: Francesco ammirava in estasi la scena del presepe, circondato da persone umili, non istruite, che attraverso quella scena leggevano e capivano quello che era accaduto. È vero, non sapevano leggere né scrivere, ma erano desiderosi di capire. Anche noi oggi, in questo tempo di attesa e riflessione, ci soffermiamo a guardare il presepe con meravigliosa ignoranza, che ci invita a seguire la strada di Gesù fatta di semplicità e amore.
Nelle prime righe mi sono soffermata sulla parola “deserto”, che a prima vista può sembrare il nulla, il vuoto, ma è proprio questo nulla che ci parla. Non è tristezza: è capire che è necessario togliere tutto ciò che ci impedisce di accogliere Gesù. A volte parliamo troppo, critichiamo, trascorriamo il tempo in faccende inutili, corriamo di qua e di là, facendoci prendere dall’ansia e dalla paura di non riuscire a controllare tutto. Il deserto interiore ci fa capire che dobbiamo liberarci di tutto questo inutile bagaglio e avere sete, sete di Dio.
L’Avvento, quindi, è attesa e desiderio di un evento meraviglioso, che ha trasformato il mondo, capace di coinvolgere tutto e tutti attraverso segni semplici ed efficaci come la corona d’Avvento e il presepe. Auguro a tutta la nostra comunità di vivere il Santo Natale con occhi e cuore pieni di desiderio di pace e amore per Gesù che viene tra noi.



