Un padre per la vigna

di Riccardo Benotti
Alle cinque del pomeriggio, nelle piazze della Palestina del primo secolo, restava soltanto chi non era servito a nessuno. La giornata di lavoro finiva alle sei: chi era ancora lì ad aspettare aveva già incassato dodici ore di rifiuti. È a quell’ora che il padrone della vigna esce per l’ultima volta.
Era il Vangelo del 20 settembre, la domenica in cui don Bernardo Antonio Di Matteo ha fatto il suo ingresso come parroco di Santa Maria del Carmelo. Un brano scomodo, ha ammesso nell’omelia mons. Andrea Carlevale, vescovo ausiliare di Roma, che ha guidato la celebrazione. Scomodo perché istintivamente ci mettiamo dalla parte di quelli della prima ora, quelli che hanno sopportato il peso e l’arsura, e ci sembra di essere stati trattati male. “Ed è il modo più sbagliato per leggerla”, ha osservato il presule. Il posto giusto da cui guardare è l’altro: quello di chi alle cinque del pomeriggio non aspetta più niente.
Chi è rimasto senza lavoro sa di cosa si parla. Carlevale ha ricordato i cinquantenni licenziati dopo una vita di sacrifici, il pensiero che si insinua e non se ne va: non servo a niente, so fare questo mestiere da trent’anni e ora non c’è più posto per me. A quella persona, a un’ora dalla fine, viene detto che c’è ancora bisogno di lei. E la paga è intera, perché quel denaro serviva a una cosa sola: che il giorno dopo, a casa, si mangiasse. “Questo non è un padrone, questo è un padre”, ha sintetizzato il vescovo. Un padre non fa calcoli di equità, fa il bene dei figli anche quando ci rimette.
Da qui la frase che ha dato il tono a tutta la serata: “Stasera non è la festa di don Bernardo, è la festa di questa comunità che trova un padre”. Il che sposta il peso, e non di poco. L’ingresso di un parroco somiglia meno a un avvicendamento e più a una chiamata rivolta a chi era già lì ad aspettare.
Carlevale non ha addolcito cosa questo comporti per chi indossa la veste. Perché in fondo è questo che una comunità si attende, che spenda la sua vita per la nostra. Ma la paternità, ha aggiunto, non si esercita da soli: i preti isolati fanno danni, servono confratelli con cui condividere la sera e le fatiche, e servono i collaboratori. “È la famiglia e sono i figli insieme a costituire il padre”.
Don Bernardo, dal canto suo, si è presentato con trentadue anni di sacerdozio e ventiquattro di servizio alla diocesi di Roma, e con un’assenza dichiarata: nessun programma pastorale già pronto, che “si rivelerebbe un sicuro fallimento”, ma il desiderio di conoscere questa storia prima di provare a continuarla. Ha ringraziato don Fernando Altieri, il predecessore, che ha preferito non esserci per lasciargli la scena. Ha ricordato i quindici anni di vita monastica e ciò che la Regola di san Benedetto chiede all’abate: studiarsi di essere più amato che temuto, senza che questo diventi accondiscendenza.
Poi ha formulato l’unica richiesta della serata, e conviene prenderla sul serio perché è la misura dell’anno che comincia. “Aiutatemi a donarvi Gesù Cristo”: non limitatevi a chiedermi le sagre e le questioni pratiche del catechismo. È la stessa domanda che il Papa ha rivolto ai parroci di Roma e che il vescovo ha rilanciato in chiesa: quello che fate permette alla gente di incontrare Cristo, o lo fate perché si è sempre fatto così?
Comincia un anno di accoglienza, di relazioni fraterne, di dialogo con il quartiere. Il metro per misurarlo lo ha già indicato don Bernardo, e non sarà il numero delle iniziative in calendario: sarà la capacità di una fede celebrata la domenica di entrare nel resto della settimana, nelle case e nei luoghi di lavoro, fino a raggiungere anche chi pensa di essere arrivato troppo tardi.
Questo articolo è uscito su «Luci sul cammino», n. 10/2026. Sfoglia il numero completo in PDF




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