Un prete felice di essere prete, in mezzo a voi

di don Bernardo Di Matteo
“Un prete felice di essere prete”. Sono queste le parole con le quali mi sono presentato a voi, nel primo incontro con questa comunità parrocchiale, lo scorso 15 giugno. Sono parole che avete anche riportato nell'editoriale dello scorso numero. Sento di voler ritornare proprio a quelle parole, all'inizio di questo mio primo editoriale, andando più a fondo.
Dirvi che la mia vita sacerdotale è una vita felice non significa necessariamente che ogni giorno sia un giorno felice. Allora, cosa rende felice un prete e cosa invece nella vita sacerdotale è fatica e a volte perfino frustrazione?
Nello stesso incontro del 15 giugno, vi dicevo di aver maturato fermamente, nei miei ormai 32 anni di ministero, una chiara visione di Comunità Cristiana, come comunità dei discepoli di Cristo, radicata nella celebrazione dell'Eucarestia, nell'ascolto della Parola e nella testimonianza della Carità. Questo è il centro, la radice appunto, da questo centro promanano tante altre cose belle: la voglia di stare insieme e di organizzare la vita comunitaria, i momenti di festa e di attività, l'organizzazione degli spazi di oratorio e le attività sportive e tanto altro. Ma la radice da cui tutto questo proviene non va mai data per scontata, mai dimenticata, altrimenti si perde tutto!
Ecco allora, i giorni meno felici, quelli in cui si torna a casa dopo una giornata infruttuosa, con le reti vuote, per usare un'immagine evangelica, sono quelli in cui ci si rende conto di aver agito in maniera “sradicata”, per così dire, magari rispondendo e cedendo a mille richieste che nulla hanno a che vedere con il fondamento della vita ecclesiale e della vocazione cristiana e sacerdotale.
Nel decreto di nomina, letto durante la celebrazione di inizio ministero, leggo questa espressione: “Volendo rendere presente Cristo Buon Pastore in mezzo al popolo di Dio… ti nomino Parroco…”. Non vi è qui solo un testo giuridico, ma il fondamento della missione per la quale sono stato inviato in mezzo a voi: annunciare la presenza viva di Cristo buon Pastore, in una porzione di territorio, il nostro quartiere, in cui vivono uomini e donne che necessitano innanzitutto di riscoprire la propria identità di “popolo di Dio”. Per compiere questa missione che non è soltanto mia, ma di tutta la nostra comunità, e per affrontare questa sfida, la voglia di stare insieme, da sola non è vincente, se non è fermamente sostenuta dalla volontà di vivere in pienezza la propria vocazione battesimale.
Negli ultimi mesi la mia vita è andata incontro a cambiamenti importanti. Lasciare dopo 14 anni una comunità parrocchiale in cui sono stato pastore amatissimo – un amore che, lo riconosco, avrei voluto meritare di più – è umanamente faticoso. Giunto peraltro, sulle soglie di una certa maturità umana e sacerdotale, sono naturalmente portato a tirare un po' le somme di tutto il mio percorso. Da qui il desiderio di mantenere ben fisso il legame con la radice della mia vocazione di pastore e della vostra, come popolo di Dio, ma tutti impegnati nella stessa missione. La vostra preghiera, il vostro affetto, e la potente intercessione di Maria vergine del Carmelo, certamente mi confermeranno ancora come un “prete felice”.
Questo articolo è uscito su «Luci sul cammino», n. 9/2026. Sfoglia il numero completo in PDF

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