top of page

Sperare non basta: il Giubileo ci chiede di più

10 gen
Tempo di lettura: 4 min
Sperare non basta: il Giubileo ci chiede di più

di Riccardo Benotti, membro del Consiglio Pastorale Santa Maria del Carmelo


Oltre 33 milioni di pellegrini, 378 giorni di grazia, migliaia di confessioni, processioni che hanno attraversato i Fori imperiali, giovani in festa a Tor Vergata. I numeri del Giubileo 2025 raccontano una storia di popolo, di fede vissuta, di Chiesa in cammino. Ma dietro le statistiche c'è qualcosa di più profondo: la riscoperta della speranza come virtù concreta, non come sentimento vago o attesa passiva.


L'Anno Santo non è stato un investimento a perdere: restano le opere, le infrastrutture, un modello di collaborazione istituzionale che ha funzionato. Ma l'eredità più grande è spirituale. Un popolo in cammino con desiderio di preghiera e conversione. Le basiliche hanno registrato presenze mai viste, la Scala Santa è stata meta quotidiana di penitenza e ricerca di perdono. Perché il Giubileo, prima ancora che un evento mediatico, è stato realmente un anno di grazia.


La speranza dei piccoli


Papa Francesco ha aperto il ciclo di catechesi giubilari l'11 gennaio con una chiave interpretativa precisa: "La speranza è una forza che viene da Dio, non un'abitudine o un tratto del carattere". Con Giovanni Battista e Maria Maddalena ha fissato le coordinate: ricominciare, voltarsi, cambiare direzione. Leone XIV ha raccolto questa impostazione portandola a compimento con nove catechesi costruite su figure concrete – da Ambrogio di Milano a Dorothy Day, da Chiara d'Assisi ad Alberto Marvelli – offerte come icone di una speranza che coinvolge intelligenza, libertà e responsabilità storica.


Al centro di questo percorso c'è un'intuizione ecclesiologica forte: la Chiesa dei piccoli. Non i marginali per sociologia, ma i portatori del sensus fidei, quella capacità di intuire la verità che precede l'elaborazione teologica. Il bambino che grida "Ambrogio vescovo!" prima che i dotti capiscano, l'idiota di Nicola Cusano (1) che pone domande elementari mettendo in crisi le certezze dei sapienti. "Protagonista della speranza è chi accetta di non possedere Dio, ma di lasciarsi interrogare", ha spiegato Leone XIV introducendo la categoria della "dotta ignoranza". Una Chiesa che sa di non sapere, che fa spazio al mistero.


Il passaggio dalla porta santa
Il passaggio dalla porta santa

Sperare è scegliere


Il Giubileo ha mostrato che la speranza cristiana non è neutra: chiede decisioni. Chiara d'Assisi che sceglie la libertà contro le convenzioni sociali, Dorothy Day che "prende posizione" vedendo "che il sogno per troppi era un incubo" e si coinvolge con i lavoratori, i migranti, gli scartati. Alberto Marvelli che entra nella vita politica attiva e testimonia che "servire il Regno di Dio dà gioia anche in mezzo a grandi rischi".


"Chi non sceglie cade nell'accidia", ha avvertito il Papa, definendola non un semplice vizio morale ma "una pigrizia interiore che è peggio della morte". È la tristezza spirituale, la resa mascherata da prudenza. La speranza invece è attiva, dinamica. "È importante unire mente, cuore e mani", ha ricordato Leone XIV parlando della fondatrice del Catholic Worker Movement. Non si può separare contemplazione e azione, fede e impegno storico.


Sperare non basta: il Giubileo ci chiede di più

La pace è un fuoco


La guerra attraversa questo Anno Santo come ombra permanente. Francesco l'ha detto senza giri di parole: "La guerra è una sconfitta, sempre". Leone XIV ha insistito: la pace non è "calma inerte", ma "un fuoco" che chiede responsabilità e scelte, anche quando questo comporta esporsi. I pellegrini che hanno attraversato le Porte Sante venivano da un mondo ferito, da conflitti che non accennano a terminare, da ingiustizie strutturali che gridano vendetta. Il Giubileo non ha offerto soluzioni facili, ma ha indicato una strada: partecipare, non rassegnarsi.


La chiusura della porta santa
La chiusura della porta santa

Generare il futuro


L'ultima catechesi, dedicata a Maria, ha consegnato il testamento spirituale del Giubileo: "Sperare è generare". Paolo scrive che "tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto". È il grido dei poveri, della storia ferita, della terra sfruttata. "Il nostro compito è generare, non derubare", ha detto Leone XIV con una frase che suona come programma per il futuro. Non consumare le risorse, non ipotecare la vita delle generazioni che verranno, ma rendere possibile ciò che ancora non c'è.


Il bilancio guarda già al 2033, ai duemila anni della Redenzione. Il cammino non è terminato, è stata solo una tappa significativa. I 33 milioni di pellegrini, la gioia dei giovani a Tor Vergata, le processioni delle confraternite, la canonizzazione di due giovani santi come Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati: tutto questo ha seminato e i frutti verranno nel futuro.


La Porta Santa si chiude il 6 gennaio. Ma la speranza resta. Non come nostalgia di un anno eccezionale, non come ricordo di un evento irripetibile. Resta come impegno, come scelta quotidiana, come capacità di generare vita in mezzo alla morte. "Pellegrini di speranza" non è stato uno slogan ma, come ha detto Leone XIV, "un programma di vita": gente che cammina e che attende, non con le mani in mano, ma partecipando. Il Giubileo ha mostrato che è possibile. Ora tocca a noi continuare.


(1) cardinale, teologo, filosofo, umanista, giurista, matematico e astronomo tedesco (1401 - 1464)


Questo articolo è uscito su «Luci sul cammino», n. 1/2026. Sfoglia il numero completo in PDF

Commenti


Non puoi più commentare questo post. Contatta il proprietario del sito per avere più informazioni.
bottom of page