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Perché festeggiamo il 1° maggio

1 mag
Tempo di lettura: 4 min
Perché festeggiamo il 1° maggio

di Mario Rencricca


In maniera molto intrigante, simpatica e spiritosa, spesso facciamo questo pensiero: “…credevamo di aver smesso di lavorare più o meno tanti anni fa, andando in pensione, e invece…”. Ed è quindi giusto che anche noi ci prendiamo un giorno di riposo: “Ve lo siete meritato”, diranno soprattutto i nostri amatissimi nipoti! Pertanto è giusto festeggiare il 1° maggio, la festa del lavoro.


Nel lontano 1903, più di centovent’anni fa, Ettore Ciccotti, professore, storico e uomo politico, affermava: “Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa, l’interruzione volontaria del lavoro cerca la sua corrispondenza in una festa dei sensi; e un’accolta di gente, chiamata ad acquistare la coscienza delle proprie forze, a gioire delle prospettive dell’avvenire, naturalmente è portata a quell’esuberanza del sentimento e a quel bisogno di gioire che è causa ed effetto al tempo stesso di una festa”. Ma perché il 1° maggio? E quale il motivo? La festa del 1° maggio ricorda le battaglie operaie, in particolare quella volta alla conquista di un diritto ben preciso: l’orario quotidiano fissato in 8 ore. Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867 nell’Illinois (in Italia nel 1923).


La sua origine risale a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Cavalieri del Lavoro, un’associazione fondata nel 1869. Due anni dopo, nel 1884, in un’analoga manifestazione, i Cavalieri del Lavoro approvarono una risoluzione affinché l’evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori - vicine a movimenti socialisti e anarchici - suggerirono come data della festività il 1° maggio. Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio 1886 a Chicago (USA), conosciuti come rivolta di Haymarket. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero di Chicago si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l’assembramento, sparò sui manifestanti, uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell’ordine, gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nella piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio, quando la polizia sparò nuovamente sui manifestanti, provocando numerose vittime. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, fu lanciata una bomba: i poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti. Il giorno dopo, a Milwaukee, la polizia sparò contro i manifestanti, operai polacchi, provocando nove vittime. Una feroce ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti vennero arrestati. Per i fatti di Chicago furono condannati a morte otto noti esponenti anarchici, malgrado non ci fossero prove della loro partecipazione all’attentato. Due di loro ebbero la pena commutata in ergastolo, uno venne trovato morto in cella, gli altri quattro furono impiccati in carcere l’11 novembre 1887.


Le ultime parole pronunciate da alcuni di loro furono: “Salute, verrà un giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci oggi soffocate dalla morte”; “Viva l’anarchia”; “Lasciate che si senta la voce del popolo”. Il ricordo dei “martiri di Chicago” era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata ad essa dedicata: il 1° maggio.


Appena si diffuse la notizia dell’assassinio degli esponenti anarchici di Chicago, nel 1888, anche in Italia, e precisamente a Livorno, il popolo si rivoltò prima contro le navi statunitensi ancorate nel porto e poi contro la Questura, dove si diceva si fosse rifugiato il console USA. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riunita a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo.


La rivista “La Rivendicazione”, pubblicata a Forlì, cominciava così l’articolo per il primo maggio uscito il 26 aprile 1890: “Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia tra quanti si interessano al proprio miglioramento”. Durante il ventennio fascista, a partire dal 1924, la festività fu anticipata al 21 aprile, in coincidenza con il Natale di Roma, per poi essere ripristinata al 1° maggio dopo la fine del conflitto mondiale nel 1945. Il 1° maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, perché tale data potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici.


Questa, in forma molto breve, direi telegrafica, è la risposta al “perché 1° maggio?”. Il 1° maggio è dunque il giorno che da oltre un secolo evoca in tutto il mondo le lotte operaie per la rivendicazione del diritto dei lavoratori. E grazie all’impegno e alla lotta di intere generazioni, grandi sono state le conquiste - come non ricordare, dopo le 8 ore giornaliere, l’equiparazione del lavoro femminile, il divieto di sfruttamento del lavoro minorile - che ci hanno consegnato un Paese civile che tutela la dignità umana e lavorativa. Mi piace concludere ricordando quanto ha scritto Santa Madre Teresa di Calcutta: mi sembra che, nel giorno della festa del lavoro, non ci siano parole, rivolte a gente della nostra età, più appropriate e auguranti. E ricordiamoci che si è sempre giovani finché i rimpianti non sostituiscono i sogni e le speranze!


“Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe, i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni… Però ciò che è importante non cambia; la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno. Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza. Dietro a ogni successo c’è un’altra delusione. Fino a quando sei viva, sentiti viva. Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo. Non vivere di foto ingiallite… insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni. Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te. Fai in modo che, invece di compassione, ti portino rispetto. Quando, a causa degli anni, non potrai correre, cammina veloce. Quando non potrai camminare veloce, cammina. Quando non potrai camminare, usa il bastone.


Però non trattenerti mai!”. (Madre Teresa di Calcutta)


Questo articolo è uscito su «Luci sul cammino», n. 4/2026. Sfoglia il numero completo in PDF

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