
Introduzione alla felicità:
la chiamata dei discepoli
nel Vangelo di Matteo
Nel primo incontro degli esercizi spirituali di Quaresima (23 febbraio), don Fabrizio Centofanti avvia il percorso sulla felicità evangelica a partire dalla chiamata dei primi discepoli (Mt 4,18-22). Una riflessione sulla fede come desiderio di Dio, sequela di Cristo e apertura al futuro che il Signore dischiude nella vita dei credenti.
Nel primo giorno degli esercizi spirituali di Quaresima alla parrocchia Santa Maria del Carmelo, don Fabrizio Centofanti ha avviato il percorso sul tema “Introduzione alla felicità”, a partire dal racconto evangelico della chiamata dei primi discepoli (Mt 4,18-22). La meditazione ha proposto alcune piste di riflessione sulla fede come desiderio di Dio, sequela di Cristo e apertura al futuro che il Signore dischiude nella vita dei credenti.
La chiamata nella vita quotidiana
Gesù chiama i primi discepoli mentre lavorano, “mentre gettano le reti”. La meditazione ha messo in luce che l’incontro con Dio non avviene solo in momenti esplicitamente religiosi, ma dentro la vita concreta. Riprendendo l’immagine del “castello interiore” di santa Teresa d’Avila, è stato ricordato che la presenza del Signore raggiunge ogni ambito dell’esistenza e può farsi strada anche nelle occupazioni più ordinarie. Il Vangelo mostra così che il quotidiano non è separato dall’esperienza di fede, ma può diventarne luogo reale.
Desiderio e fede
La scelta dei pescatori richiama il tema dell’attesa e del desiderio. Don Centofanti ha ricordato l’espressione di sant’Agostino, “la fede è desiderio”, invitando a verificare il proprio rapporto con Dio a partire da una domanda essenziale: “Tu desideri Dio?”. La fede non nasce da abitudine o timore, né si riduce a rinuncia, ma prende forma come ricerca e apertura. In questo senso la Quaresima è stata indicata come tempo favorevole per ritrovare la radice del desiderio spirituale.
Dalla norma all’orma
Commentando l’invito di Gesù “Venite dietro di me”, la meditazione ha proposto il passaggio “dalla norma all’orma”. La fede cristiana non è anzitutto osservanza di regole, ma sequela dei passi di Cristo. Anche il riferimento ai comandamenti è stato riletto alla luce del termine biblico “parole”: non un codice, ma indicazioni che orientano il cammino. Seguire Gesù significa quindi entrare in una relazione e assumere una direzione concreta nella vita.

Il futuro che si apre
L’espressione “vi farò pescatori di uomini” è stata letta come promessa al futuro: quando Gesù entra nella storia personale, apre possibilità nuove. In questo orizzonte è stato richiamato anche il nome di Dio rivelato a Mosè, interpretato come “Io sarò”. La fede cristiana non chiude nel presente né lo assolutizza, ma introduce una prospettiva di futuro e di compimento, restituendo fiducia e orientamento.
Il pane del domani
Il “pane quotidiano” del Padre nostro è stato ricordato nella sua possibile sfumatura di “pane del domani”, collegata all’Eucaristia. Nella comunione il credente riceve già ora la vita che viene da Dio e che orienta al compimento. La fede, in questa luce, non rimanda solo al futuro, ma lo anticipa nel presente della vita sacramentale.
Una verifica per il cammino
L’esercizio si è concluso con una consegna semplice: verificare il proprio desiderio di Dio. La domanda “Io desidero Dio?” è stata affidata al silenzio personale e ha introdotto la celebrazione della Messa, vissuta senza omelia, come prolungamento della meditazione. Il primo giorno si è così posto come avvio di un cammino interiore centrato sulla relazione con Cristo e sulla disponibilità a seguirlo nella vita quotidiana.
Ascolta qui la registrazione della meditazione:
TRASCRIZIONE INTEGRALE
La felicità è qualcosa che è sempre più grande. Non so se siate d’accordo su questo e, quindi, credo che sia un tema che possa interessare.
Io ho intitolato questo nostro incontro "Introduzione alla felicità". Perché? Perché si tratta di un testo di Matteo che si avvicina a quelle che sono le Beatitudini. Voi sapete che Gesù affronta il tema della felicità nel capitolo quinto del Vangelo di Matteo e comincia proprio con le Beatitudini.
Allora, perché "introduzione"? Perché quello che dirò riguarda ciò che precede. Abbiamo diversi giorni, quindi non so nemmeno se arriveremo alle Beatitudini; però già ciò che viene prima ci dà un’idea, appunto un’introduzione a questo tema.
Se qualcuno avesse in mano - o nella borsa, o nella tasca del giubbotto - un Vangelo, il testo è a partire dal versetto 18 del capitolo 4.
Non vorrei sconcertarvi, perché la mia abitudine è prendere non il testo in italiano, ma il testo originale. E, come sapete, il testo originale è in greco. Ora, non parlerò in greco, perché altrimenti non ci capiremo; però alcune parole, secondo me, è importante riprenderle nel testo originale, perché nella traduzione - e voi sapete che il traduttore è sempre un traduttore - non abbiamo mai il testo autentico in senso stretto: abbiamo un’interpretazione del testo.
Comincerei proprio dalla prima parola. Nel versetto 18 del capitolo quarto c’è scritto: "Camminando poi presso il mare di Galilea...". E quel "camminando", nell’originale, è peripatōn.
Non so se qualcuno di voi ricorda vagamente qualcosa che si chiamava "peripato". Che cos’era questo peripato? Era un giardino nel Liceo di Atene, dove alcuni filosofi passeggiavano. Questi filosofi, chiamati proprio per questo peripatetici, cioè coloro che passeggiano - da non confondere con le peripatetiche, che è un mestiere diverso dal filosofo - facevano capo a un filosofo molto famoso che certamente conoscete tutti di nome: Aristotele.
Perché è così importante questo giardino del Liceo di Atene? Perché quella filosofia era la filosofia dell’essere. Se vogliamo fare un’introduzione alla felicità, dobbiamo parlare dell’essere. Perché oggi la felicità è diventata una merce così rara?
La nostra epoca comincia con una dichiarazione di un certo Friedrich Nietzsche. Che cosa dice Nietzsche? "Dio è morto". Siccome Dio è l’Essere, se Dio è morto noi siamo nell’epoca del non-essere. La nostra è l’epoca del nichilismo. Cioè, l’essere ce lo siamo perso.
Allora, è chiaro che, se vogliamo fare un’introduzione alla felicità, la prima cosa che dobbiamo fare è recuperare l’essere. Se io vi chiedessi adesso, così a caldo - o magari a freddo - secondo voi quali sono le caratteristiche dell’essere?
Secondo questa filosofia dell’essere, le caratteristiche dell’essere sono fondamentalmente tre: la bellezza, la bontà e la verità.
Io a volte provo a dire: se io mi domandassi che cos’è bello per me, che cos’è bene per me, chi sono io per il Signore - perché solo Lui conosce la mia verità - vedete, oggi è diventato difficile rispondere a queste domande, perché siamo anche noi pervasi da questo pensiero nichilistico.
Se io vi dico: che cos’è bene oggi? Capite che c’è una gran confusione. Se io vi dico: che cos’è bello oggi? Non so se conoscete un po’ la musica moderna, la musica dodecafonica. Se sentite un brano di musica dodecafonica, penso che rimaniate un po’ confusi sull’idea di bellezza. Perché?
Se tu senti un brano di Wolfgang Amadeus Mozart, dici: questa è bellezza. Ma se tu senti un brano di Luigi Nono... allora che fine ha fatto la bellezza?
Lo stesso discorso vale per la verità. Voi sapete che oggi, se dici: "C’è una verità", ti guardano come se fossi una persona strana. Ricordate quando Gesù dice a Pilato: "Chi è dalla verità ascolta la mia voce"? Che cosa risponde Pilato? "Che cos’è la verità?".
Allora, che dite? Bellezza, bontà, verità: che fine hanno fatto? Se queste cose non le trovo più, non le vedo più, non le sento più, com’è possibile fare un’esperienza di felicità? È impossibile.
Dobbiamo ritornare a un punto in cui queste cose finalmente possano riapparire.
"Camminando presso il mare di Galilea vide due fratelli". Questo è bello. Perché, vedete, questo è l’inizio del percorso pubblico di Gesù. Lui comincia a chiamare dei seguaci. E vedete che chiama, curiosamente, all’inizio due coppie di fratelli. Che cosa vuol dire? Che la famiglia di Dio ha origine dalla famiglia umana. Vuol dire che Dio e l’uomo sono realtà che devono stare insieme: la famiglia di Dio nasce dalla famiglia umana.
"Vide due fratelli, Simone detto Pietro...". Guardate, questa cosa è strana. Voi sapete che Gesù cambia il nome a Simone: "Ti chiamerai Pietro". Però che cosa succede? Quando Gesù lo chiama, non lo chiama Pietro: lo chiama Simone.
Vedete, già da queste prime battute del Vangelo si capiscono delle cose fondamentali. Che cosa si nasconde dietro questo fatto che Gesù cambia il nome a questa persona, e però poi la chiama come prima?
Pietro è l’atto di fiducia che fa Gesù con questa persona: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa". Fiducia. Però poi, quando lo chiama, lo chiama Simone. Che cosa vuol dire? Vuol dire che questa persona, nonostante abbia ricevuto questa grande fiducia da parte di Gesù, rimane una persona fragile.
Vedete, cominciamo subito a capire qual è l’esperienza del discepolo. L’esperienza del discepolo è questa: qui c’è Gesù. Io dico sempre, provocatoriamente... Che cosa intendo? Gesù dice: "Quando due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro". Qui siamo più di due o tre, quindi vuol dire che Gesù è qui. Gesù è presente. Noi stiamo qui solo perché qui c’è Gesù. È bello questo.
Qualcuno dice: "Ma le chiese si stanno svuotando". Ma se noi tornassimo a percepire, a capire che qui c’è Gesù... Voi ci credete che qui c’è Gesù? Cambia tutto.
Gesù sta qui, ci guarda, ci concede questa estrema fiducia, perché il suo amore è così: è un amore che dà fiducia, che incoraggia. Ma, nello stesso tempo, io sono ancora Simone, sono ancora fragile.
Vi sentite così? Perché è così che siamo. Noi godiamo di una grande fiducia, ma siamo ancora fragili. Pietro. Simone.
"E Andrea, il fratello di lui, che gettavano le reti in mare". Guardate che bello. Se uno pensa di essere un leader che deve chiamare delle persone che devono andare con lui, quando le chiama? Pensa di chiamarle in un momento in cui possono parlare, in cui si possono incontrare.
Che cosa fa Gesù? Quando chiama questi discepoli? Mentre gettano le reti. Non vi sembra il momento meno opportuno? I pescatori che stanno gettando le reti sono nel momento del lavoro, devono stare attenti. Vi sembra quello il momento di chiamare?
Quando Dio si comunica a noi? Io credo che questa cosa si possa capire con l’aiuto di una grande santa, che certamente conoscete: santa Teresa d’Avila. Santa Teresa d’Avila ha un’immagine, a mio parere, molto bella. Dice: la nostra anima è come un castello, con tante stanze, e al centro di questo castello c’è la settima stanza, la stanza più profonda, la stanza centrale, in cui c’è il Re del castello.
Perché è bella questa immagine? Perché questo Re del castello ha un’influenza su tutte le stanze.
Dio si comunica a noi soltanto quando andiamo a Messa? È bello che Gesù avvicini queste persone mentre gettano le reti. Vuol dire che tutta la nostra vita, ogni momento della nostra vita, anche quando stiamo facendo le cose più insignificanti, in quel momento Gesù è lì e dice: "Vieni".
"Erano infatti pescatori". Io sono convinto che non sia un caso che i primi che Gesù chiama siano pescatori. Perché qual è il sentimento del pescatore? Sta lì con le reti, con la canna da pesca. Qual è il suo sentimento? È un sentimento di attesa, di desiderio.
Il Vangelo ci vuole far capire subito una cosa. Sant’Agostino, che è stato un grande evangelizzatore della cristianità, a un certo punto dice una cosa affascinante: la fede è desiderio.
Guardate come questo ci mette un po’ in difficoltà. Perché a volte la concezione della fede è molto diversa. Non vi è mai capitato di incontrare una persona che vi ha fatto capire che, secondo lei o secondo lui, chi crede deve rinunciare ai desideri? Deve reprimere i desideri?
Per tanto tempo tante persone hanno pensato questo: "Beati quelli che fanno quello che vogliono, perché possono desiderare, possono godere. Io sono cristiano, io rinuncio". E poi siamo in Quaresima, quindi questo è proprio il tempo della rinuncia.
Gesù sceglie come prima cosa l’immedesimazione con persone che attendono, che desiderano, quasi a volerci far capire che la fede è desiderio.
A un certo punto, nel Vangelo, Gesù dice una cosa per me bellissima. La traduzione latina è "desiderio desideravi". Noi traduciamo: "Ho desiderato ardentemente". Vi ricordate quando Gesù dice: "Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi"? Gesù è uno che desidera.
Se noi vogliamo essere chiamati da Gesù e rispondere a questa chiamata, come prima cosa dobbiamo verificare questo punto. Se io vi chiedessi di nuovo, così a caldo o a freddo: voi desiderate Dio?
Bella domanda. Tu desideri Dio? È una bella domanda. Questo è l’inizio del Vangelo: desiderare Dio. Perché, parliamoci chiaro, ma che ci vengo a fare qui?
C’è un modo di vivere la fede per dovere, per paura, per abitudine.
"E disse loro: Venite dietro di me e vi farò pescatori di uomini".
Ogni parola qui ha un peso specifico. "Venite dietro di me", cioè... Noi possiamo concepire la fede come una serie di regole. Sapete, c’è questa prospettiva dalla parte dei comandamenti.
In realtà i dieci comandamenti non esistono. Oddio, che ho detto? Non esistono i dieci comandamenti: la parola è devarim. Non vuol dire "comandamenti"; vuol dire parole. Le dieci parole.
Capite che la nostra fede non è rispettare un codice. Io dico sempre: noi dobbiamo passare dalla norma all’orma. Sono due cose diverse. La norma sono le regole, i codici. L’orma è l’orma dove Gesù ha messo i piedi.
Noi dobbiamo vedere dove Gesù ha messo i piedi, dove ha lasciato l’orma, e mettere i nostri piedi in quelle orme. Dalla norma all’orma. Noi siamo quelli che seguono i suoi passi.
"Vi farò pescatori di uomini". Vedete come Gesù alza la posta del gioco? Sì, voi siete pescatori, ma io vi farò pescatori di uomini. Gesù alza il livello.
Il nostro desiderio parte sempre dal basso, ma quando Gesù ti chiama si alza, si ribalta. Il desiderio si trasforma, cambia. Gesù è capace di modellare il nostro desiderio.
"Vi farò pescatori di uomini". Che tempo è? Futuro. Quando Gesù si avvicina alla vita, quando Gesù ti chiama, per te comincia il futuro.
Oggi vanno molto di moda i libri di self-help, di autoaiuto, di crescita personale. Se andate in una libreria, ci sono scaffali pieni di questi libri. Che cosa dicono? Una cosa che torna in modo ossessivo: bisogna vivere nel presente.
Poi vai a vedere, e questo presente è una specie di prigione. Accendi la televisione e che cosa vedi? Vedi quello che ha sparato a quell’altro, quello che ha fatto la strage in quella scuola. Questo presente può essere terribile, può essere una prigione.
Si avvicina Gesù, ti chiama e, all’improvviso, si apre il futuro.
Ricordate quando Dio dice a Mosè: "Vieni, tu devi portare il popolo fuori dalla schiavitù, fuori dall’Egitto". Mosè dice: "Io scendo giù e che cosa devo dire? Chi è che mi ha mandato?"
Dio dice il suo nome. In genere si traduce: "Io sono colui che è" oppure "Io sono colui che sono". Oggi gli esegeti dicono che lì bisogna trovare un altro modo: "Io sarò quello che sarò".
Bello questo. Vuol dire che Dio è uno che interviene, che agisce, che entra nella tua storia e che ti apre le pagine del futuro. La nostra è una fede del futuro, una fede che finalmente ci riporta il domani.
Dico l’ultima cosa, perché altrimenti facciamo tardi per la Messa.
Il Padre nostro. A un certo punto noi diciamo: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Ma qui c’è una ripetizione: oggi, quotidiano. Che differenza c’è tra dire "oggi" e dire "quotidiano"?
Questa parola che noi traduciamo come "quotidiano" è una parola che si trova una sola volta in tutta la storia della lingua greca. Nessuno sa esattamente che cosa significhi.
Conoscete san Girolamo. San Girolamo era un traduttore. A un certo punto fa un viaggio e arriva in un villaggio dove si parlava la stessa lingua di Gesù, l’aramaico, proprio quel tipo di aramaico.
Secondo voi, che cosa chiede come prima cosa alle persone di quel villaggio? Che cosa voglia dire quella parola. E che cosa gli rispondono? Ve lo dico la prossima volta.
Quella parola vuol dire "del domani". Dacci oggi il nostro pane del domani. Cioè, ogni volta che noi facciamo la comunione, mangiamo il pane del domani. Vuol dire che dentro di noi comincia già il futuro, che dentro di noi entra già l’eterno.
Mi raccomando, continuate a dirlo come si è sempre detto. Però è interessante questa cosa. Pensate che un gruppo di esegeti ha chiesto ai vescovi: "Perché non cambiamo?". I vescovi hanno detto di no. Quindi continuiamo a dire come sempre.
Però è bello: tra poco mangiamo il pane del domani. Gesù apre il futuro. "Vi farò pescatori di uomini".
Allora vi dico una cosa: in questo primo giorno, se siete d’accordo, facciamo una piccola verifica. Verifichiamo il nostro desiderio. Perché il segreto della vita, il segreto della vita spirituale è questo: desiderare Dio.
Vi lancio oggi questa prima provocazione, questa domanda: io desidero Dio?