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“Nulla è impossibile a Dio”:
l’Avvento come tempo del desiderio

Il ritiro di Avvento guidato da don Gabriele Vecchione entra nel cuore dell’Annunciazione e del tempo dell’attesa cristiana. Dal saluto dell’angelo alla riflessione sul desiderio, la meditazione e l’omelia offrono uno sguardo essenziale per abitare il presente con vigilanza e fiducia

La parrocchia Santa Maria del Carmelo ha ospitato il 30 novembre 2025 il ritiro di Avvento guidato da don Gabriele Vecchione, dedicato al tema dell’Annunciazione e alla dinamica del desiderio nella vita cristiana. L’incontro ha offerto alla comunità un tempo di ascolto e di riflessione sul valore dell’attesa, aprendo una lettura del Vangelo centrata sulle parole dell’angelo, sulla grazia e sui luoghi interiori in cui la fede chiede di essere accolta.

Un’occasione per entrare nel tempo di Avvento con uno sguardo più attento alla propria storia, alla fragilità, alla preghiera e al modo in cui la Parola illumina il presente.

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di Riccardo Benotti

“L’angelo Gabriele, nella Scrittura, è colui che annuncia l’impossibile”. La meditazione di don Gabriele Vecchione si apre con una frase che orienta subito il cammino del ritiro. Invita a leggere l’Annunciazione come una parola che raggiunge le zone meno illuminate della storia personale, quelle in cui la vita sembra rallentare o restare sospesa. Il ritiro di Avvento del 30 novembre prende avvio da qui: l’annuncio dell’angelo non riguarda solo Nazareth, ma anche quei luoghi interiori che attendono ancora di essere visitati.

Il racconto evangelico suggerisce una logica inattesa: Dio entra dove nulla sembra significativo. “La Galilea è considerata un territorio impuro”, afferma don Gabriele, “e Nazareth non compare nemmeno nelle mappe romane”. È sorprendente che la vicenda cristiana inizi da un luogo marginale, lontano dal centro. “Dio non ha paura della debolezza. Siamo noi ad averne paura”. La scelta di Nazareth diventa così un’indicazione concreta: Dio cerca la disponibilità più che la perfezione, e la sua grazia si muove spesso in direzioni che sfidano i criteri umani dell’efficienza e del merito. Per questo l’Annunciazione non è soltanto una pagina antica, ma un esercizio di rilettura del presente: quali sono oggi i nostri “Nazareth”?

Il saluto dell’angelo – “Rallegrati, piena di grazia” – è spiegato a partire dal termine greco kecharitoméne, la parola che la traduzione italiana rende con “piena di grazia”. È un participio perfetto che indica una grazia ricevuta e ancora attiva: non un titolo statico, ma una condizione che plasma il modo in cui Maria guarda sé stessa e la realtà. “Le ferite restano, ma non hanno più lo stesso peso”. La grazia, così intesa, non elimina ciò che fa soffrire, ma impedisce che diventi la chiave di lettura definitiva dell’esistenza. Il riferimento ai giovani è netto: “Viviamo in un tempo in cui i ragazzi non si concedono di sbagliare. Scambiano il giudizio sulla prestazione con il giudizio sull’identità”. La parola dell’angelo, invece, restituisce un’identità che non coincide con il risultato e apre un varco alla fiducia.

Il dialogo tra Maria e l’angelo procede con sobrietà. “Come avverrà questo?” è la domanda di chi desidera comprendere senza sottrarsi alla realtà. “Lo Spirito Santo scenderà su di te” richiama la nube dell’Esodo, segno della presenza di Dio che accompagna il suo popolo. Elisabetta, “sterile e anziana”, diventa il segno che la realtà stessa comincia a parlare e che il discernimento non è un processo astratto, ma un ascolto del concreto. Nel “Avvenga per me secondo la tua parola”, un ottativo che esprime desiderio, don Gabriele riconosce la cifra dell’Avvento: la vita spirituale non nasce dallo sforzo, ma da un desiderio orientato. “Qual è il desiderio che porti nella tua vita? Qual è il desiderio che porti in questo Avvento?”. Sono domande che non chiedono risposte immediate, ma un lavoro interiore che accompagni la preghiera quotidiana.

Nell’omelia della Messa che segue il ritiro, don Gabriele torna sul tema del tempo: l’anno liturgico “è il nostro vero maestro interiore”. La vigilanza evangelica non è ansia, ma attesa: “Il cristiano veglia perché desidera”. La distinzione tra chronos e kairos suggerisce che non tutto il tempo ha lo stesso peso: il tempo dell’attesa cristiana è abitato da Colui che viene e restituisce un senso nuovo a ciò che sembra ripetitivo. “Ricordami come non sprecare il tempo che mi rimane”, prega citando Battiato, sottolineando che non esiste un tempo neutro: ogni giorno, se vissuto con desiderio, può diventare possibilità di incontro. La fine non è una catastrofe: è la venuta del Signore. Così il ritiro si chiude sotto il segno della parola dell’angelo: “Nulla è impossibile a Dio”, non come slogan rassicurante ma come criterio per abitare il presente, con i suoi limiti e le sue possibilità ancora aperte.

Ascolta qui la registrazione della riflessione:

Meditazione di don Gabriele Vecchione
00:00 / 54:42
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