top of page

Il Nobel 2025 e la vocazione spirituale della scienza

L’Universo non è caos né casualità. Con il Nobel 2025, le scoperte sulla meccanica quantistica mostrano che la realtà è attraversata da un ordine profondo e sorprendente. La scienza, quando cerca la verità, diventa alleata della fede, aprendo sentieri nuovi verso il mistero del creato e rivelando nell’intelligenza umana un riflesso dell’opera di Dio

ChatGPT Image 8 gen 2026, 12_16_54.png

di Filiberto Bilotti

Il Premio Nobel per la Fisica del 2025 è stato assegnato ai tre scienziati John Clarke, Michel H. Devoret e John M. Martinis per la “scoperta dell’effetto tunnel quantistico macroscopico e della quantizzazione dell’energia in un circuito elettrico”. Le loro ricerche hanno mostrato, con evidenza sperimentale, che la meccanica quantistica non è solo un curioso fenomeno microscopico che governa i sistemi atomici e delle particelle elementari in termini probabilistici, ma una struttura reale che permea la materia su scale visibili, controllabili e manipolabili dall’uomo. Per decenni filosofi e fisici hanno discusso se, e in che modo, il mondo macroscopico potesse realmente obbedire alle stesse leggi controintuitive dell’infinitamente piccolo. Le scoperte dei nuovi premi Nobel hanno risposto, dunque, a una domanda aperta: la natura quantistica del mondo non è un artificio matematico ma un tratto intrinseco della realtà. Un risultato che avvicina la scienza contemporanea a una visione del cosmo come sistema non caotico, ma strutturato in profondità, un ordine che spesso sorprende lo stesso scienziato che lo indaga.

Il celebre detto di Einstein “Dio non gioca a dadi con il mondo” non era solo una battuta, ma un rifiuto filosofico dell’idea che la natura potesse esprimersi attraverso probabilità, indeterminazione, sovrapposizione di stati. Eppure, dopo più di un secolo, proprio il perfezionamento della fisica quantistica ha mostrato che, se Dio non gioca a dadi, certamente ha creato un Universo che si comporta come se tirasse i dadi, ma sempre entro leggi coerenti, eleganti e incredibilmente precise. Il Nobel per la Fisica assegnato nel 2025 non celebra solo una scoperta tecnica, ma una verità più grande: quanto più scendiamo nelle profondità del reale, tanto più scopriamo che l’Universo è ragionevole, comprensibile, sorprendentemente armonico. Questa scoperta scientifica, che indubbiamente sposta di molto in avanti l’asticella di separazione tra quanto ci si può spiegare in termini scientifici e quanto in termini filosofici, ci porta a riflettere sul valore della scienza e della tecnologia e sui relativi limiti nel mondo contemporaneo.

La scienza, che è sempre caratterizzata dalla tensione e dalla vocazione di scoprire le verità ultime, avanza oggi speditamente trainata da due cavalli di razza: il metodo scientifico rigoroso ed implacabile con le sue inconfutabili evidenze sperimentali e la tecnologia, che oltre ad essere frutto della scienza ne rappresenta lo strumento di azione più efficace. Benedetto XVI, nel discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze del 6 novembre 2006, riconoscendo questo trend, ne indicava le criticità: “La crescente ‘avanzata’ della scienza, e specialmente la sua capacità di controllare la natura attraverso la tecnologia, talvolta è stata collegata a una corrispondente ‘ritirata’ della filosofia, della religione e perfino della fede cristiana”, aggiungendo poi in un altro passaggio: “…alcuni hanno visto nel progresso della scienza e della tecnologia moderna una delle principali cause della secolarizzazione e del materialismo: perché invocare il controllo di Dio su questi fenomeni quando la scienza si è dimostrata capace di fare lo stesso?”.

In realtà è proprio nella risposta a questa domanda che scienza e fede si incontrano, dando pienezza alla dimensione umana. Contrariamente ai diffusi pregiudizi culturali, infatti, la recente posizione della Chiesa non è mai stata in contrapposizione con la scienza e con le sue scoperte e, anzi, considera la missione dello scienziato come un vero e proprio “sacerdozio”. I padri conciliari hanno osservato che “chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza prenderne coscienza, viene come condotto dalla mano di Dio” (Gaudium et Spes, 36). In questa affermazione emergono i tratti distintivi del vero scienziato e si capisce che la scienza non solo non rappresenta una minaccia per la fede, ma, anzi, ricercando la verità del mondo, ne è valida alleata nel cammino verso il Creatore.

In questo elettrizzante percorso la fede non chiede di temere la scienza e a sua volta la scienza, che ha libertà totale nell’esplorazione del creato, non chiede di rinunciare alla fede. Riprendendo San Giovanni Paolo II nella Fides et Ratio potremmo dire che in questo cammino scienza e fede “sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità”. È un percorso nel quale ogni tappa che si raggiunge apre uno squarcio sul mistero di una natura che si scopre sempre molto più profonda e ancora da comprendere rispetto a quanto ci si potesse aspettare.

L’uomo, con la sua capacità di spiegare le leggi della natura e trasformare il mondo, partecipa all’opera creatrice di Dio e continua a perfezionare il creato attraverso l’ingegno, la scienza e la tecnologia. E il compito di trasformare il creato, come dice Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, non è un’opzione, ma una vocazione insita nella stessa essenza dell’uomo, chiamato a un progresso che coniughi profondità scientifica, sviluppo tecnologico, responsabilità etica e apertura al trascendente. In questo contesto l’uomo in generale, e in particolare l’uomo di scienza, non può essere uno spettatore passivo, ma è chiamato da Dio ad esplorare e scoprire la verità, a rivendicare il ruolo di collaboratore e prosecutore della creazione nella storia e ad accettare la responsabilità di essere custode del creato.

Nel suo essere protagonista però l’uomo non deve limitarsi ad essere homo faber, ma deve coltivare l’ambizione di diventare homo construens, utilizzando appieno tutti gli strumenti che le nuove tecnologie e le scoperte scientifiche gli mettono a disposizione. Proprio nel passaggio dall’essere homo faber a diventare homo construens si coglie un’ulteriore sfida per lo scienziato moderno, forse quella decisiva: la responsabilità. La maggiore responsabilità di chi più sa ma anche la responsabilità di agire sempre per il bene.

La scienza espande l’orizzonte della ragione, rendendo l’uomo più capace di comprendere, scegliere e amare la verità, trovando nel creato non un meccanismo cieco, ma una realtà orientata e intelligibile che gli è stata affidata per esplorarla e per averne cura. Più l’uomo esplora l’infinitamente piccolo e la struttura quantistica della materia – ma ciò vale anche per l’infinitamente grande nell’esplorazione del cosmo, delle galassie e dell’origine dell’universo – più si rende conto che esiste un ordine e che la realtà non è un insieme di frammenti sparsi, ma una trama in cui le leggi fisiche, matematiche e logiche si intrecciano.

I recenti progressi della fisica moderna, ma anche gli ultimi risultati della biologia e della genetica e l’avvento prepotente dell’intelligenza artificiale, potrebbero portare a sfidare, superare o sostituire l’uomo. La chiave di lettura con cui affrontare queste nuove sfide ce la dà nella Redemptor Hominis ancora una volta San Giovanni Paolo II, che afferma chiaramente che il problema non è la scienza ma l’uso che l’uomo ne fa: “la scienza è una grande risorsa dell’uomo… ma può essere contro di lui se non è orientata da una responsabilità etica”. E Papa Francesco riprende il concetto nella Laudato si’, ricordando che: “La tecnologia è espressione della creatività umana, ma richiede una coscienza che la orienti”.

Non bisogna, dunque, guardare con timore ai risultati della fisica quantistica, all’avvento dell’intelligenza artificiale e alle scoperte che aprono mondi nuovi: ciò che conta è l’uomo che le governa, la sua etica, la sua capacità di scegliere il bene. Il Nobel per la Fisica assegnato nel 2025 ci ricorda una volta ancora che la realtà è più profonda, misteriosa ed intelligibile di quanto avessimo mai pensato e spinge gli uomini di scienza a profondere con entusiasmo nuovi sforzi per penetrare sempre più il mistero e meravigliarsi sempre di più della ricchezza, della complessità e dell’armonia di quanto ci circonda.

E la bussola del vero scienziato in questo esaltante percorso è nelle parole di Benedetto XVI che nella Spe Salvi dice: “Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo è redento nell’Amore. Ma la scienza è un cammino di verità, e ogni verità è parte della verità più grande”.

bottom of page